Definiamo in quest’articolo un importante indice economico noto come “produttività totale dei fattori”, utilizzato per comprendere quali siano le determinanti che incidono sulla crescita della produzione.

In economia, produttività totale dei fattori (PTF), chiamato anche produttività multifattoriale, è una variabile che rappresenta effetti in crescita del prodotto totale relativa alla crescita ingressi tradizionalmente misurati di lavoro e capitale. L’indice economico della produttività totale dei fattori è il rapporto tra un indice di output e un indice di input, media ponderata degli indici di lavoro e capitale. Detto questo, la produttività totale dei fattori (PTF) può essere presa in effetti come una misura di lungo termine di un’economia caratterizzata dal continuo cambiamento tecnologico o comunque da un forte dinamismo tecnologico.

Riportiamo l’equazione di seguito (derivante da Cobb-Douglas) rappresentante l’ uscita totale (Y) in funzione della produttività totale dei fattori (A), col fattore capitale (K), con input di lavoro (L) e le quote dei due ingressi di uscita ( α e β sono capitale sociale di ingresso contributo per K e L rispettivamente). Un aumento dei fattori di questa equazione e quindi di A, K o L porterà ad un aumento della produzione. Mentre l’input di capitale e l’imput del lavoro sono tangibili, la produttività totale dei fattori sembra essere più immateriale in quanto può variare da tecnologie e dalla diversa conoscenza di ciascun lavoratore (ovvero dal capitale umano).

La crescita della tecnologia e dell’efficienza viene considerata fra le due delle più grandi sotto-sezioni della produttività totale dei fattori che esaltano la posizione come motore della crescita economica.

La produttività totale dei fattori è spesso vista come il vero motore della crescita all’interno di un’economia e gli studi rivelano che mentre il lavoro e gli investimenti sono contributori importanti, a produttività totale dei fattori può rappresentare fino al 60% della crescita nella maggior parte delle economie.

È stato dimostrato pertanto che esiste una correlazione storica tra TFP ed efficienza di conversione dell’energia. Altra cosa interessante da sapere è che si è scoperto che l’integrazione (tra le imprese, ad esempio) ha un impatto positivo sulla casuale produttività totale dei fattori.

Definizione customer equity: il valore lifetime del cliente

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Le imprese si stanno rendendo conto che con la perdita di un cliente viene meno non solo una vendita, ma l’intero flusso di acquisti che il cliente avrebbe effettuato nel corso della propria vita se fosse rimasto fedele all’impresa. ll CRM può aiutare i marketing manager ad accrescere la quota cliente: la percentuale degli acquisti di un particolare cliente nella propria categoria di prodotto.

Al fine di aumentarla, le imprese possono offrire una maggiore varietà di prodotti agli acquirenti attuali (cross-sell), oppure insegnare al personale le tecniche di up-sell affinché propongano un maggior numero di prodotti e servizi ai clienti esistenti, o addirittura li guidino dall’acquisto di prodotti di base a quello di prodotti di più alta gamma all’interno dello stesso foglio aziendale (trading up). L’obiettivo finale del CRM è lo sviluppo di un elevato valore della clientela o customer equity: l’ipotetico valore complessivo di tutti i clienti attuali e potenziali dell’impresa per l’intero ciclo di vita, al netto dei costi di acquisizione. ll customer lifetime value misura il valore attuale al netto dei prevedibili acquisti futuri.

La customer equity stima sia il valore attuale netto dei prevedibili acquisti futuri sia il valore delle competenze e della reputazione positiva che il cliente potrà generare per l’impresa, oltre al potenziale di crescita mediante cross selling, trading up e up-sell. I clienti devono essere considerati come una risorsa, li si deve saper gestire. L’impresa li può classificare in base alla loro profittabilità potenziale e impostare il rapporto di conseguenza.

Definizione marketing management e proposta di valore

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In questa pagina definiamo che cos’è il marketing management  e perché è importante per selezionare e scegliere i mercati obiettivo a cui si desidera aspirare.

Per marketing management si intende la capacità di scegliere i mercati obiettivo (target market) con cui instaurare relazioni vantaggiose. ‘ Selezione dei clienti da servire: l’impresa deve anzitutto stabilire a chi rivolgersi; ecco perché il management divide il mercato di segmenti di clienti e decide quali segmenti servire.

Assieme al marketing management è importante conoscere anche cosa sia la proprosta di valore e perché questa sia essenziale per acquisire nuovi clienti e mantenere i precedenti in un’impresa.

Definizione della proposta di valore: la value proposition dell’impresa è l’insieme dei benefici e dei valori promessi ai consumatori per il soddisfacimento dei loro bisogni. ‘ Orientamenti di marketing: sono cinque i concetti-guida alternativi che possono qualificare l’approccio aziendale al marketing.

Concetto di produzione: i consumatori prediligono i prodotti facilmente accessibili e più economici, pertanto il management dovrebbe focalizzare i propri sforzi su una maggiore efficienza delle attività di produzione e distribuzione.

Posizione Competitiva e relative Strategie Leader di mercato

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Ciascuna impresa con quota di mercato più elevata tenta di espandere la domanda complessiva o la quota di mercato cercando al contempo di difenderla tramite una continua innovazione per proteggersi dalle imprese sfidanti (impresa follower che vuole accrescere la propria quota di mercato). Un impresa normalmente può tenere una politica aggressiva mirata ad erodere la quota di mercato dei Leader attraverso un attacco indiretto, sfruttando le lacune e gli errori di questi o diretto, equiparandone gli sforzi economici in termini di prodotti servizi ecc.
Le imprese imitatrici (impresa follower che punta a mantenere stabile lo status quo) hanno bassi investimenti focalizzati a copiare o migliorare i prodotti dell’impresa.
Le imprese di nicchia (impresa che serve piccoli segmenti di mercato trascurati dalla concorrenza) prediligono appunto nicchie redditizie. Con un notevole potenziale di crescita, ma che al contempo che non destino interesse nei concorrenti
Orientamento alla concorrenza: l’impresa dedica la maggior parte del proprio tempo ai controllo delle manovre e della quota di mercato dei concorrenti e cerca di trovare strategie per contrastarle.
Orientamento al cliente: nello sviluppo delle proprie strategie l’impresa si concentra maggiormente sull’andamento della clientela. E’ tuttavia solo tramite un orientamento al mercato quale (clienti + concorrenza) che si può avere una visione completa del panorama economico migliore.

Fondo Master Feeder: significato e definizioni, limiti, vantaggi

by Appunti di economia on

Cosa è un fondo Master Feeder?

Ai sensi delle direttive comunitarie in materia di OICVM, il fondo feeder è
un fondo che è stato approvato per investire almeno l’85 per cento delle sue
attività in quote di un altro fondo (fondo master). Quest’ultimo non può a
sua volta essere un fondo feeder né detenere quote di fondi feeder.

Come è strutturato un fondo Master Feeder?

Come è strutturato un fondo Master Feeder

Come è strutturato un fondo Master Feeder

Quali sono i limiti di un fondo Master Feeder?

Quali sono i limiti di un fondo Master Feeder

Quali sono i limiti di un fondo Master Feeder

Perchè un fondo Master Feeder?

Il Perchè di un fondo Master Feeder

Il Perchè di un fondo Master Feeder

Benefici principali

  • Opportunità di razionalizzazione e semplificazione della gamma di fondi;
  • Economie di scala;
  • Nuove opportunità di distribuzione;
  • Associato al passaporto del gestore, porta a un risparmio di costi a livello operativo ed un conseguente aumento di redditività.
Benfici Principali di un fondo Master Feeder

Benfici Principali di un fondo Master Feeder

Principali driver per la creazione di una struttura Master/Feeder

  1. Consolidamento e streamline della struttura esistente
  2. Driver di marketing
  3. Ottimizzazione fiscale
  4. Distribuzione

Le sfide delle strutture Master-Feeder

Rischio di deflusso

  • Un Feeder verràconsideratoun fondodifondoe non più idoneo per gli investimenti da alcuni player di mercato (essenzialmente UCITS);
  • Il cambiamento di struttura potrebbe non essere percepita come un vantaggio per gli investitori che potrebbero preferire ritirare i propri asset;
  • Esente da commissioni di uscita se un fondo diventa Feeder.

Consolidamento

  • Gestire le conseguenze del consolidamente sulle operations: HR, organizzative e IT;
  • Definire chiaramente le responsabilità tra Master e Feeder in meritop.e. A errori NAV, pricing, servicing

Performance Risk

  • L’aggiunta di un livello di costi (amministrativi, audit, legali) dovrà essere compensato così da non avere impatti sulle performance per l’investitore;
  • Dato che un Feeder non sarà investito al 100% in un Master, il gap nel rendimento dovrà essere compensato

Portfolio del Feeder

  • Il potenziale di ottimizzazione a livello di operations e amministrativo dipende dalla presenza di Master nel portfolio del Feeder:
    • Con un investimento del 100% è da attendersi un guadagno;
    • In caso diflessibilità p.e. 15% di investimenti diretti del Feeder, molti task dovranno essere duplicati.

Ottimizzazione fiscalevs Driver di business

  • La scelta di istituire un Master Feeder in un determinato Paese dev’essere bilanciata da:
    • L’ottimizzazione fiscale potenziale, p.e. istituire un Master in un Paese con molti DTT
    • L’ottimizzazione di business, p.e. istituire un Master in un Paese dove sono già presenti strutture efficienti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parilamo in maniera schematica del foglio di lavoro per la costruzione del rendiconto a risorse globali: le rettifiche di variazioni contabili non finanziarie (quindi definiamo il tutto ed esponiamo brevemente alcuni casi operativi).

Come abbiamo già detto esistono essenzialmente 3 metodologie che permettono la costruzione dei rendiconti finanziari e sono i metodi matematici, i metodi a forma libera ed i metodi contabili.

Basandoci sul diverso fondo di riferimento inoltre si hanno tre tipi di rendiconti finanziari che sono:

  • Rendiconto a risorse globali
  • Rendiconto di capitale circolante netto
  • Rendiconto cash

Vediamo adesso le rettifiche all’inteno dei rendiconti delle risorse globali.

Cosa sono le rettifiche all’interno del rendiconto per le variazioni contabili non finanziarie?

Si tratta delle rettifiche volte ad eliminare variazioni meramente contabili, che non rilevano movimenti finanziari e quindi non derivano ne mettono in luce alcun movimento di approvvigionamento o impiego di risorse. Come si può quindi eliminarle? Per eliminare la variazioncontabile non finanziaria si possono usare diverse metodologie pratiche, le principali sono le seguenti:

  1. Scrittura inversa: nei conti che evidenziano la scrittura, nella terza coppia di colonne
  2. Logica sommatoria tra vg e rettifiche

I casi nel foglio di lavoro sono invece delle rivalutazioni e delle svalutazioni contabili, gli ammortamenti, i movimenti compensati entre le poste del netto.

 

Le 4 colonne del foglio di lavoro (rendiconto finanziario)

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Prima colonna del foglio di lavoro:

Denominazione dei conti (contiene le poste di bilancio a partire dal fondo di riferimento che varia a seconda del rendiconto finanziario che si vuole costruire. Dopo avremo: attività esterne al fondo dalla più liquida alla meno liquida, passività esterne al fondo dalla più esigibile alla meno esigibile, e netto. Poi abbiamo il risultato di periodo cioè utile o perdita di esercizio t2 che sarebbe l’ultima voce dello stato patrimoniale e prima del conto economico.

Seconda colonna del foglio di lavoro:

Seconda coppia di colonne: variazioni grezze divise in dare e avere (contiene i valori grezzi già individuati per le voci di conto economico essendo già flussi. Da individuare per i valori patrimoniali facendo la differenza tra i valori in t2 e t1, ricordando dove la posta elementare viene collocata.

Terza colonna del foglio di lavoro:

La terza coppia di colonne sarebbe l’insieme delle rettifiche di dare e avere (da apportare alle variazioni grezze con logica contabile invertita o scrittura di raddoppio se è un saldo compensato -> individuando isolando e scartando ciò che non è realmente finanziario ed è presente nelle variazioni grezze, danno i valori contenuti nella successiva coppia di colonne).

Quarta colonna del foglio di lavoro:

Quarta coppia di colonne: impieghi e fonti (contengono gli impieghi e le fonti finanziarie o monetarie reali, effettive, elementari e netti che andranno a comporre il prospetto di rendiconto finanziario. I loro valori sono ottenuti con logica di sommatoria riga per riga dalle variazioni grezze e dalle rettifiche.

Cos’è il foglio di lavoro (definizione e appunti di economia)

by Appunti di economia on

Abbiamo tre metodi per la costruzione dei rendiconti finanziari.

  1. Metodi in forma libera
  2. Metodi matematici
  3. Metodi contabili (si utilizzano scritture in partita doppia)

Si usano due strumenti:

  1. Foglio di lavoro (possibilità di creare rettifiche partendo dalle scritture iniziali per trasformare variazioni contabili in flussi finanziari e monetari)
  2. Conti a T

Per la costruzione dei rendiconti finanziari con metodo contabile che utilizza il foglio di lavoro, abbiamo bisogno di:

  1. due stati patrimoniali consecutivi
  2. un conto economico intermedio

Non possiamo inserire compensi di partita, cioè:

  • Fondo ammortamento
  • Fondo svalutazione ed eventualmente fondo oscillazione
  • Risultato di periodo

perchè vogliamo tutti i flussi elementari.

Dobbiamo utilizzare lo stato patrimoniale riclassificato e il conto economico a costi, ricavi e rimanenze.

Vogliamo tutti i flussi finanziari senza riferimento alla loro temporalità, cioè senza la distinzione dei fondi di parte a breve e in parte a lungo (non splitting ad eccezione del capitale circolante netto). Il foglio di lavoro si compone in nove colonne, dalla prima colonna in poi si va per coppie di colonne.

Vai all’elenco delle colonne del foglio di lavoro >>

 

Il Roe è un indice fondamentale nell’analisi economica dei bilanci aziendali, la sua sigla sta per Return on equity e sta a significare quindi il ritorno d’investimento nel capitale proprio ovvero il rapporto:

RICAVI NETTI / PATRIMONIO NETTO

Il ROE è l’indicatore primario per lo studio della redditività netta dei soci; il roe indica infatti le redditività del capitale proprio  e deriva da rapporto tra il risultato netto (utile/perdita) e patrimonio netto: Rn/Pn.

Il ROE invece dipende da 2 gestioni, ovvero dalla gestione operativa e dalla gestione finanziaria. La gestione operativa si indica con ROIg e rappresenta la redditività degli investimenti aziendali (ROIg = Km).

La gestione finanziaria è invece rappresentata dal rapporto di indebitamento proprio della società e tale rapporto può essere indicato sia in forma diretta (Tn/Pn), sia in forma indiretta (Kn/Pn).

La forma diretta esprime la proporzione tra finanziamenti da terzi e finanziamenti propri.

FORMA DIRETTA ROI (gestione finanziaria) =

FINANZIAMENTI DI TERZI /FINANZIAMENTI PROPRI

La forma indiretta del ROI esprime la proporzione esistente fra finanziamenti da terzi e finanziamenti propri. Mentre la forma indiretta dice la proporzione esistente tra investimenti aziendali e finanziamenti propri.

Dunque il ROE si può esprimere come il risultante di 3 fattori:

ROE = (ROG/Investimento aziendale) x (Investimento aziendale/patrimonio netto) x (Risultato netto/Rog) =

ROE = Rog/km x km/Nm x Rn/Rog

Il primo fattore è il ROIg, il secondo è il leverage indiretto ed il terzo indica l’incidenza delle gestioni finanziaria, straordinaria e fiscale sull’utile. Tale prodotto è denominato il primo coordinato del ROE.

Supponendo che il primo ed il terzo fattore rimangano costanti, l’unico fattore variabile è il rapporto di indebitamento diretto. Siccome le attività posso finanziarle con cap proprio o con quello di terzi Km = Tn + Nn, per cui il rapporto diventa (Tn+Nn)/Nn, ovvero 1 + Tn/Nn.

Questo vuol dire che tale rapporto, e quindi anche il ROE, cresce al crescere del rapporto di indebitamento diretto. Per cui il ricorso al debito, in una maniera non esagerata, aumenta la redditività netta dei soci.

 

Abbiamo già parlato di cosa sia lo stato parimoniale civilistico e a che cosa serva (in breve ricordiamo che questo schema serve per trovare il capitale di funzionamento della società ed il totale delle attività e passività dell’azienda nel determinato periodo in cui è redatto lo stato patrimoniale) ma non abbiamo ancora citato quali siano i suoi presunti limiti e in che cosa questo schema abbia ricevuto più critiche.

Secondo la visione di alcuni lo stato patrimoniale civilistico non darebbe abbastanza spazio alle attività e passività a breve termine oltre che a quell’insieme di operazioni che vengono svolte da imprese consociate.

Altri difetti dello stato patrimoniale civilistico

Un altro punto spesso contestato è il fatto che lo stato patrimoniale civilistico sia stato scritto fornendo un’importanza troppo elevata a ratei e risconti che occupano una parte molto rilevante dello schema, inoltre per molti è sempre sproporzionato l’insieme dei crediti verso soci.

Altri “difetti” che vengono evidenziati da molte persone nel campo della contabilità sono il fatto di non avere una sotto classificazione finanziaria per i fondi rischi ed oneri; inoltre i debiti non vengono suddivisi per il periodo di tempo di cui si prevede il rimborso ma secondo lo schema di classificazione per natura.

Tutto questo infine scoraggia le analisi di tipo verticale e orizzontale che sono molto comuni nell’analisi di bilancio e possono portare alla costruzione di indici realmente utili all’azienda.