CAPITAL ASSET PRICING MODEL STANDARD (capm): le ipotesi di base

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LE IPOTESI ALLA BASE DEL CAPITAL ASSET PRICING MODEL STANDARD

II mondo reale è così complesso che per comprenderne il funzionamento e per poter costruire il modello in grado di descriverlo è necessario prescindere da quelle complessità che possono avere un effetto solo marginale sulle sue dinamiche esattamente come un fisico per modello: il movimento della materia nello spazio ipotizza l’assenza di attrito, così un economista che costruisce un modello per spiegare l’evoluzione dei prezzi di mercato ipotizza l’assenza di imperfezioni e “attriti” di carattere istituzionale.

La prima ipotesi che facciamo è l’assenza di costi di transazione: non esistono costi che l’investitore deve subire quando compra o vende qualcosa. Se esistessero costi di obbligazione a rendimento atteso che potremmo trarre da un asset dipenderebbe dal fatto che oggi questo sia o meno presente nel nostro portafoglio; la considerazione dei costi di transazione aggiungerebbe quindi una notevole complessità al nostro modello. Se valga o no la pena di aggiungere queen, dettaglio all’analisi dipende da quanto i costi di transazione sono rilevanti per gli investitori, data la loro entità limitata, è però ragionevole ipotizzare che questi siano trascurabili.

La seconda ipotesi alla base del CAPM è che le attività siano infinitamente divisibili. Questo significa che gli investitori possono investire in ogni attività a prescindere dalla dimensione del loro portafoglio; ad esempio potrebbero investire un dollaro in azioni IBM.

La terza ipotesi è che non esista un’imposta sul reddito degli investitori. Questo fa si che essi siano indifferenti rispetto alla forma (dividendo o capital gain) del rendimento prodotto da un’attività finanziaria.

La quarta ipotesi è che ogni investitore, considerato singolarmente, non possa influire sul prezzo dei titoli attraverso i propri acquisti o le proprie vendite. Questo equivale a dire che nel mercato c’è concorrenza perfetta: i singoli partecipanti non possono influire sul prezzo, che invece è interamente determinato dal loro agire collettivo.

La quinta ipotesi è che gli investitori basino le proprie scelte unicamente sulle valutazioni circa il rendimento atteso e la deviazione standard dei titoli. In altre parole, le decisioni vengono prese all’interno del sistema media-varianza visto in precedenza.

La sesta ipotesi è che non esistano vincoli alle vendite allo scoperto. Ogni investitore può vendere allo scoperto un ammontare illimitato di ogni attività. La settima ipotesi è che sia possibile investire o prendere a prestito illimitatamente al tasso di interesse privo di rischio. Ogni investitore può prestare o prendere a prestito qualsiasi quantità di denaro a un tasso di interesse uguale al rendimento dell’attività priva di rischio.

L’ottava e la nona ipotesi hanno a che fare con la formulazione delle aspettative.

Innanzitutto gli investitori formulano le loro aspettative relativamente ai rendimenti (o ai prezzi) su un periodo di tempo unitario, e questo periodo è identico per tutti gli investitori, che vengono ad vere lo stesso orizzonte temporale di investimento. In secondo luogo tutti gli investitori hanno: stesse aspettative relativamente agli input del modello decisionale. Come abbiamo già avuto nodo di vedere questi input sono i rendimenti attesi, le varianze dei rendimenti e Ia matrice di irrelazione, che cattura la struttura delle correlazioni esistenti tra ogni coppia di titoli.

La decima ipotesi è che tutte le attività, compreso il “capitale umano”, possano essere veramente comprate e vendute sul mercato.

Fonte: il libro “teorie di portafoglio e analisi degli investimenti(apogeo education)” – ottimo volume consigliamo l’acquisto.

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