aprile 27, 2017

Il rappresentante comune degli obbligazionisti, incaricato (con la forma del mandatario) dagli obbligazionisti di tutelare gli interessi comuni. Egli ha la rappresentanza processuale degli obbligazionisti sia per le azioni ordinarie che in caso di amministrazione controllata, concordato preventivo, fallimento, liquidazione coatnta amministrativa e amministrazione straordinaria della società.

Le attribuzioni del rappresentante comune non precludono però la possibilità ai singoli obbligazionisti di agire individualmente nei confronti della società salvo che tali azioni individuali siano incompatibili con le deliberazioni prese all’assemblea degli obbligazionisti.

Egli deve inoltre provvedere ad eseguire le deliberazioni dell’assemblea degli obbligazionisti, assistere alle operazioni di estrazione a sorte delle obbligazioni ed ha diritto (anche se non è obbligato) ad assistere alle assemblee dei soci senza però alcun diritto di voto.

Il rappresentante comune può essere scelto anche al di fuori degli obbligazionisti…

Esso viene nominato dall’assemblea o, in mancanza, dal Tribunale su richiesta di uno o più obbligazionisti o degli amministratori della società.

Il rappresentante comune dura in carica al massimo per un triennio e può essere rieletto. Egli ha diritto ad un compenso che viene determinato dall’assemblea degli obbligazionisti, inoltre entro 30 giorni dalla notizia della sua nomina deve chiedere l’iscrizione presso il Registro delle imprese.

Non possono essere nominati rappresentanti comuni degli obbligazionisti o, se nominati, decadono:

gli amministratori della società;

i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori;

-i sindaci;

i dipendenti o consulenti continuativi della società o di società da questa controllate; coloro che hanno rapporti finanziari 0 personali con le stesse società che ne compromettano l’indipendenza; gli interdetti; gli inabilitati; i falliti e coloro che sono stati condannati ad una pena che importi l’interdizione anche temporanea dai pubblici uffici o l’incapacità di esercitare uffici direttivi.

Fonte: libro Manuale delle societa di capitali buffetti editore

CAPITAL ASSET PRICING MODEL STANDARD (capm): le ipotesi di base

by Appunti di economia on

LE IPOTESI ALLA BASE DEL CAPITAL ASSET PRICING MODEL STANDARD

II mondo reale è così complesso che per comprenderne il funzionamento e per poter costruire il modello in grado di descriverlo è necessario prescindere da quelle complessità che possono avere un effetto solo marginale sulle sue dinamiche esattamente come un fisico per modello: il movimento della materia nello spazio ipotizza l’assenza di attrito, così un economista che costruisce un modello per spiegare l’evoluzione dei prezzi di mercato ipotizza l’assenza di imperfezioni e “attriti” di carattere istituzionale.

La prima ipotesi che facciamo è l’assenza di costi di transazione: non esistono costi che l’investitore deve subire quando compra o vende qualcosa. Se esistessero costi di obbligazione a rendimento atteso che potremmo trarre da un asset dipenderebbe dal fatto che oggi questo sia o meno presente nel nostro portafoglio; la considerazione dei costi di transazione aggiungerebbe quindi una notevole complessità al nostro modello. Se valga o no la pena di aggiungere queen, dettaglio all’analisi dipende da quanto i costi di transazione sono rilevanti per gli investitori, data la loro entità limitata, è però ragionevole ipotizzare che questi siano trascurabili.

La seconda ipotesi alla base del CAPM è che le attività siano infinitamente divisibili. Questo significa che gli investitori possono investire in ogni attività a prescindere dalla dimensione del loro portafoglio; ad esempio potrebbero investire un dollaro in azioni IBM.

La terza ipotesi è che non esista un’imposta sul reddito degli investitori. Questo fa si che essi siano indifferenti rispetto alla forma (dividendo o capital gain) del rendimento prodotto da un’attività finanziaria.

La quarta ipotesi è che ogni investitore, considerato singolarmente, non possa influire sul prezzo dei titoli attraverso i propri acquisti o le proprie vendite. Questo equivale a dire che nel mercato c’è concorrenza perfetta: i singoli partecipanti non possono influire sul prezzo, che invece è interamente determinato dal loro agire collettivo.

La quinta ipotesi è che gli investitori basino le proprie scelte unicamente sulle valutazioni circa il rendimento atteso e la deviazione standard dei titoli. In altre parole, le decisioni vengono prese all’interno del sistema media-varianza visto in precedenza.

La sesta ipotesi è che non esistano vincoli alle vendite allo scoperto. Ogni investitore può vendere allo scoperto un ammontare illimitato di ogni attività. La settima ipotesi è che sia possibile investire o prendere a prestito illimitatamente al tasso di interesse privo di rischio. Ogni investitore può prestare o prendere a prestito qualsiasi quantità di denaro a un tasso di interesse uguale al rendimento dell’attività priva di rischio.

L’ottava e la nona ipotesi hanno a che fare con la formulazione delle aspettative.

Innanzitutto gli investitori formulano le loro aspettative relativamente ai rendimenti (o ai prezzi) su un periodo di tempo unitario, e questo periodo è identico per tutti gli investitori, che vengono ad vere lo stesso orizzonte temporale di investimento. In secondo luogo tutti gli investitori hanno: stesse aspettative relativamente agli input del modello decisionale. Come abbiamo già avuto nodo di vedere questi input sono i rendimenti attesi, le varianze dei rendimenti e Ia matrice di irrelazione, che cattura la struttura delle correlazioni esistenti tra ogni coppia di titoli.

La decima ipotesi è che tutte le attività, compreso il “capitale umano”, possano essere veramente comprate e vendute sul mercato.

Fonte: il libro “teorie di portafoglio e analisi degli investimenti(apogeo education)” – ottimo volume consigliamo l’acquisto.

La gestione attiva dei portafogli monetari

by Appunti di economia on

Il tasso privo di rischio cambia da paese a paese. Per esempio, il tasso di interesse sulle emissioni governative a sei mesi potrebbe essere pari al 5% nell’area Euro e al 3% negli Stati Uniti. Il rendimento atteso da un investitore americano che acquisti un titolo euro sarebbe il rendimento atteso da un investitore dell’area euro più la variazione (positiva o negativa) del cambio.

La teoria sostiene che il guadagno o la perdita da fluttuazioni del cambio dovrebbero essere legati ai differenziali dei tassi di interesse. Pertanto, l’investitore americano dovrebbe attendere di perdere più o meno il 2% in cambi acquistando il titolo euro. Tuttavia, l’evidenza empirica non conferma questa tesi.

L’evidenza empirica dimostra che l’investimento in paesi con tassi di interesse maggiori offre rendimenti maggiori.

Tre sono le spiegazioni del fenomeno: (i) il “fattore peso”; (ii) l’extra rischio; (iii) l’opportunità dell’investimento. Il “fattore peso” è così chiamato a causa di quanto successo in Messico in passato su investimenti obbligazionari govemativi.

Per un lungo periodo gli investitori guadagnarono molto di più di quanto avrebbero guadagnato negli Stati Uniti su titoli di analoga scadenza. Quando si verinoò una drammatica svalutazione timo il guadagno accumulato venne annullato. Il “fattore peso” può quindi essere così sintetizzato: per un periodo anche significativo nei mercati a tasso maggiore si guadagna molto di più masi accumula un rischio da shock per la svalutazione valutaria che compenserebbe il rendimento. Ma siccome i rendimenti evidenziati a favore dei paesi con tassi maggiori richiederebbe una svalutazione troppo elevata, anche per paesi caratterizzati da ottimo rating, i ricercatori tendono a escludere questa Spiegazione.

La seconda ragione è che l’extra rendimento è semplicemente la compensazione per il rischio. Sebbene una parte del rendimento differenziale possa essere realmente una compensazione del rischio marginale, gli studi non supportano interamente questa conclusione. Pertanto, sembra che solo l’opportunità di investimento giustifichi il fenomeno: un elevato numero di gestori di fondi segue la strategia di investire in paesi a elevata redditività.

Estratto da “teorie di portafoglio e analisi degli investimenti (apogeo education)” – libro il cui acquisto è fortemente consigliato.

Definizione rettifiche di NFT : sono operazioni in cui si ha contestualmente e contemporaneamente una fonte e un impiego di natura patrimoniale non intermediata da flussi finanziari. Diminuisce un elemento patrimoniale e contestualmente aumenta un elemento patrimoniale. I flussi patrimoniali sono quindi flussi di fonti che nascono già investiti, cioè flussi che non generano variazioni finanziarie ma incidono realmente sulla composizione e/o sul livello del fondo di riferimento. Pur eliminandole devo esplicitare perché incidono sulla composizione del fondo. Le colloco quindi nel rendiconto complessivo, sotto i totali dell’attivo e del passivo e inserisco poi movimenti originari in un’apposita tabella.

Casi: permuta di elementi attivi e passivi patrimoniali, apporto in natura dei soci, cessione di beni a fronte di riduzioni del cs o di riparto dell’utile, conversione obbligazionaria o altri debiti in azioni, produzioni interne (solo nel rendiconto di risorse globali).

Cause del monopolio in economia (riassunto microeconomia)

by Appunti di economia on

Si verifica una situazione di monopolio quando un’unica impresa serve l’intero mercato… ecco alcuni fattori, da soli o combinati tra loro, che ne sono la causa: (I) il controllo su input fondamentali; (2) le economie di scala; (3) i brevetti; (4) le licenze pubbliche. Nel lungo periodo, il più importante di questi fattori e sicuramente rappresentato dalle economie di se‘ la, che spiegano anche le economie di rete e le licenze pubbliche.

Poiché in monopolio vi è un’unica impresa attiva nell’industria, la curva di domanda di impresa coincide con la curva di domanda di mercato, ed è quindi inclinata negativamente: a differenza dell’impresa in concorrenza perfetta, che può produrre quanto desidera a uno stesso prezzo, il monopolista deve ridurre il prezzo per aumentare le vendite. La regola per la massimizzazione del protitto in monopolio è la stessa seguita in concorrenza perfetta: si deve aumentare la produzione se il maggior ricavo (il ricavo marginale ) è superiore all’aumento dei costi (il costo marginale), e ridurre la produzione se il minor ricavo è inferiore alla diminuzione dei costi. La differenza fondamentale è che il ricavo marginale è inferiore al prezzo in monopolio, mentre in concorrenza perfetta i due valori coincidono.

Il monopolista che può vendere in mercati separati distribuisce l’output in modo da uguagliare il ricavo marginale fra di essi. L’analisi costi-benefici, che ormai ci è familiare, offre un utile punto di riferimento per analizzare se l’impresa deciderà di modificare il suo comportamento.

A differenza dell’equilibrio in concorrenza perfetta, in monopolio generalmente non vengono esaurite tutte le possibilità di aumentare il benessere collettivo attraverso lo scambio. Di solito, la società attribuisce a un’unità addizionale di output un valore superiore a quello delle risorse necessarie alla sua produzione. Di conseguenza, si è spesso interpretato questo risultato come indicativo del fatto che il monopolio fosse meno efficiente della concorrenza perfetta. Tuttavia questa affermazione non è molto rilevante nella pratica, perché le condizioni che originano il monopolio, soprattutto le economie di scala nella produzione, sono raramente compatibili con le ipotesi di concorrenza perfetta.

Quali misure possano intraprendere le autorità di politica economica nei confronti del monopolio naturale, un mercato in cui un’impresa ha curve di costo medio di lungo periodo inclinate negativamente? Abbiamo esaminato cinque alternative: (l) la proprietà pubblica; (2) la proprietà privata con regolamentazione di prezzo; (3) la gara pubblica d’appalto a cui partecipano imprese private per ottenere il diritto a essere l’unico produttore; (4) la rigida applicazione della legge antitrust disegnata per prevenire i monopoli; infine (5), un regime di completo laissez-faire (o di “non intervento”). Ognuna di queste misure comporta gravi difficoltà, e la scelta dello strumento migliore dipende, di solito, dalle particolari circostanze. L’adozione di un regime di laissez-faire è l’opzione migliore se il monopolista è in grado di discriminare il prezzo: la possibilità per i consumatori di scegliere se pagare un prezzo scontato rende meno incisive le obiezioni contro il monopolio naturale, fondate su criteri di equità e di efficienza.

 

Estratto da “Microeconomia – Frank McGrowhill”

Definizione: sono definiti saldi compensati quei valori ottenuti da due flussi finanzari tra loro discordanti, uno in entrata e uno in uscita (esempio: acquisto – vendita). Sono poste elementari non correnti, quindi rettifico per individuare i componenti elementari di Fondi e Investimenti, che non emergono dalla VG: esplicita il valore saldo, cioè lo trasforma nei due flussi componenti. Come avviene questo? La rettifica dei saldi compensati avviene in un’unica riga, tramite scrittura di raddoppio, inserendo il valore minore dei due movimenti. Chiudiamo con la logica la somma tra VG e rettifiche.

Saldi puri: i due movimenti sono ambedue movimenti finanziari (prestiti, tfr, fondo manutenzione e riparazioni cicliche, acquisti titoli, vendita titoli, acquisto beni, vendita beni, immobilizzazioni che non hanno ammortamento).

Saldi spuri: un saldo è spuro quando oltre ai due movimenti finanziari, abbiamo uno o più movimenti non finanziari. Se la VG è diversa dal saldo puro abbiamo che il saldo è spurio, quindi dobbiamo trasformarlo in puro eliminando l’elemento che lo sporca e lo rende spurio. Una volta ottenuto che la nuova VG corrisponde al saldo puro, dobbiamo esplicitarle (scrittura di raddoppio col minore dei due flussi e logica di somma). (Immunizzazione senza ammortamento, acquisizione e venita di immunizzazioni).

Donazioni: 3 motivi per cui le facciamo secondo gli economisti

by Appunti di economia on

Nella maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale, più del 50% degli individui ) sovvenziona enti di beneficenza e più del 25% dedica parte del proprio tempo al volontariato a favore di cause caritatevoli. Ogni anno, infatti, vengono donati 10 miliardi di euro e milioni di ore. Perché? Gli economisti hanno identificato tre motivazioni generali.

La ragione più ovvia è l’altruismo. Spesso, tuttavia, il donatore offre il proprio denaro senza sapere molto riguardo la sua destinazione finale. Senza dubbio, alcuni finiscono certamente per fornire sostegno economico a chi è in condizioni più svantaggiate delle loro. Ciò suggerisce però che, oltre all’altruismo, ci siano altre cause. Una potrebbe essere legata al fatto che effettuare una donazione fa sentire meglio con se stessi, creando un senso di calore. Questo spiegherebbe perché gli individui siano disponibili a elargire denaro senza conoscerne l’esatta destinazione: non è questa ad avere importanza. Secondo un’ultima, più cinica, interpretazione, la beneficienza sarebbe lo strumento utilizzato per segnalare la propria ricchezza o la propria generosità, in effetti, pochissime donazioni sono anonime.

Il compito dell’economista è quello di cercare di distinguere tra queste tre ragioni. Per fortuna, c’è un modo relativamente semplice per farlo. Supponete che Giacomo osservi Davide fare una donazione. Se Giacomo è mosso da altruismo, allora più alta sarà la cifra versata da Davide, più bassa sarà la sua. In pratica, poiché Davide ha già compiuto la buona azione, non è necessario che lo faccia anche lui. Questa situazione è definita effetto di spiazzamento. Se Giacomo è invece mosso dal desiderio di stare meglio con se stesso, osservare Davide non avrà alcuna influenza sull’entità della sua offerta. infine, se Giacomo ha intenzione di dimostrare la propria ricchezza, allora tanto più ingente sarà la somma eiargita da Davide, tanto più alta sarà la sua stessa donazione, dal momento che deve superare quella di Davide. Questo stato di cose è chiamato effetto di trascinamento.

lfatti dimostrano, dunque, che individui diversi si dedicano alla beneficienza per motivi diversi, e tutte e tre le ragioni qui illustrate hanno un ruolo nella Spiegazione di questo comportamento. E non dimentichiamo che molte persohe, anche decisamente facoltose, non destinano niente agli enti benefici?

Tratto da “Microeconomia – Frank -Mcgrowhill”

Definiamo in quest’articolo un importante indice economico noto come “produttività totale dei fattori”, utilizzato per comprendere quali siano le determinanti che incidono sulla crescita della produzione.

In economia, produttività totale dei fattori (PTF), chiamato anche produttività multifattoriale, è una variabile che rappresenta effetti in crescita del prodotto totale relativa alla crescita ingressi tradizionalmente misurati di lavoro e capitale. L’indice economico della produttività totale dei fattori è il rapporto tra un indice di output e un indice di input, media ponderata degli indici di lavoro e capitale. Detto questo, la produttività totale dei fattori (PTF) può essere presa in effetti come una misura di lungo termine di un’economia caratterizzata dal continuo cambiamento tecnologico o comunque da un forte dinamismo tecnologico.

Riportiamo l’equazione di seguito (derivante da Cobb-Douglas) rappresentante l’ uscita totale (Y) in funzione della produttività totale dei fattori (A), col fattore capitale (K), con input di lavoro (L) e le quote dei due ingressi di uscita ( α e β sono capitale sociale di ingresso contributo per K e L rispettivamente). Un aumento dei fattori di questa equazione e quindi di A, K o L porterà ad un aumento della produzione. Mentre l’input di capitale e l’imput del lavoro sono tangibili, la produttività totale dei fattori sembra essere più immateriale in quanto può variare da tecnologie e dalla diversa conoscenza di ciascun lavoratore (ovvero dal capitale umano).

La crescita della tecnologia e dell’efficienza viene considerata fra le due delle più grandi sotto-sezioni della produttività totale dei fattori che esaltano la posizione come motore della crescita economica.

La produttività totale dei fattori è spesso vista come il vero motore della crescita all’interno di un’economia e gli studi rivelano che mentre il lavoro e gli investimenti sono contributori importanti, a produttività totale dei fattori può rappresentare fino al 60% della crescita nella maggior parte delle economie.

È stato dimostrato pertanto che esiste una correlazione storica tra TFP ed efficienza di conversione dell’energia. Altra cosa interessante da sapere è che si è scoperto che l’integrazione (tra le imprese, ad esempio) ha un impatto positivo sulla casuale produttività totale dei fattori.

Definizione customer equity: il valore lifetime del cliente

by Appunti di economia on

Le imprese si stanno rendendo conto che con la perdita di un cliente viene meno non solo una vendita, ma l’intero flusso di acquisti che il cliente avrebbe effettuato nel corso della propria vita se fosse rimasto fedele all’impresa. ll CRM può aiutare i marketing manager ad accrescere la quota cliente: la percentuale degli acquisti di un particolare cliente nella propria categoria di prodotto.

Al fine di aumentarla, le imprese possono offrire una maggiore varietà di prodotti agli acquirenti attuali (cross-sell), oppure insegnare al personale le tecniche di up-sell affinché propongano un maggior numero di prodotti e servizi ai clienti esistenti, o addirittura li guidino dall’acquisto di prodotti di base a quello di prodotti di più alta gamma all’interno dello stesso foglio aziendale (trading up). L’obiettivo finale del CRM è lo sviluppo di un elevato valore della clientela o customer equity: l’ipotetico valore complessivo di tutti i clienti attuali e potenziali dell’impresa per l’intero ciclo di vita, al netto dei costi di acquisizione. ll customer lifetime value misura il valore attuale al netto dei prevedibili acquisti futuri.

La customer equity stima sia il valore attuale netto dei prevedibili acquisti futuri sia il valore delle competenze e della reputazione positiva che il cliente potrà generare per l’impresa, oltre al potenziale di crescita mediante cross selling, trading up e up-sell. I clienti devono essere considerati come una risorsa, li si deve saper gestire. L’impresa li può classificare in base alla loro profittabilità potenziale e impostare il rapporto di conseguenza.

Definizione marketing management e proposta di valore

by Appunti di economia on

In questa pagina definiamo che cos’è il marketing management  e perché è importante per selezionare e scegliere i mercati obiettivo a cui si desidera aspirare.

Per marketing management si intende la capacità di scegliere i mercati obiettivo (target market) con cui instaurare relazioni vantaggiose. ‘ Selezione dei clienti da servire: l’impresa deve anzitutto stabilire a chi rivolgersi; ecco perché il management divide il mercato di segmenti di clienti e decide quali segmenti servire.

Assieme al marketing management è importante conoscere anche cosa sia la proprosta di valore e perché questa sia essenziale per acquisire nuovi clienti e mantenere i precedenti in un’impresa.

Definizione della proposta di valore: la value proposition dell’impresa è l’insieme dei benefici e dei valori promessi ai consumatori per il soddisfacimento dei loro bisogni. ‘ Orientamenti di marketing: sono cinque i concetti-guida alternativi che possono qualificare l’approccio aziendale al marketing.

Concetto di produzione: i consumatori prediligono i prodotti facilmente accessibili e più economici, pertanto il management dovrebbe focalizzare i propri sforzi su una maggiore efficienza delle attività di produzione e distribuzione.